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C'era una volta il sior Bepi, imprenditore di
prima generazione del Nordest. Agli inizi degli anni settanta
ha compiuto il grande salto passando da lavoratore dipendente
a piccolo imprenditore. E per parecchio tempo le cose sono
andate bene: ordini regolari, progressiva espansione verso
mercati esteri "ricchi" come quello tedesco, costi
di produzione abbastanza contenuti. L'esperienza del sior
Bepi nel settore, il suo fiuto per le occasioni di mercato
gli avevano permesso di superare senza troppe difficoltà
alcune contingenze economiche che avevano mandato a gambe
all'aria imprese apparentemente più solide della sua.
A
veder bene, non è che nell'azienda del sior Bepi si
respirasse un'aria gradevole: per il Nostro e per molti dei
suoi operai più anziani, gente che in molti casi aveva
condiviso con lui sin dall'inizio la sua avventura, la prima
regola era sempre stata che "il lavoro è lavoro";
per chi veniva assunto come apprendista questa era la prima
cosa da imparare e i colleghi più anziani non avevano
difficoltà ad impartire loro una lezione a riguardo facendoli
ben sgobbare in compiti di bassa manovalanza e guardandosi
dall'insegnare loro aspetti aziendali troppo in fretta,
"sennò dopo alzano la cresta e non obbediscono più".
Chi
veniva sorpreso a chiacchierare o era distratto durante il
lavoro veniva ripreso con una certa asprezza e, a parte il
pranzo, le pause non erano previste. Benché non si potesse
affermare che lavorare da Bepi fosse una sfortuna - la paga
era quella sindacale, ma abbondantemente integrata dai molti
straordinari e da qualche, non ingeneroso, premio di
produzione - certo un giovane poteva aspirare a qualcosa di
meglio. Per questo molti di loro se ne erano andati in aziende
che permettevano un apprendimento meno "avaro" dei
processi produttivi e dove si respirava un clima più disteso
e meno autoritario. Questo fatto non aveva mai particolarmente
preoccupato il sior Bepi: "io non trattengo
nessuno; chi vuole andarsene vada pure", diceva.
E non provava neanche rancore per quelli che
"tradivano": c'era sempre possibilità di
rimpiazzarli con altri apprendisti.
In
azienda di dirigenti non ce n'erano, ne ce n'erano mai stati:
"due galli in un pollaio non ci possono stare" era
solito dire il sior Bepi a questo proposito. Così fino
a quattro anni fa, quando l'azienda era stata sul punto di
fallire: il mercato tedesco, che rappresentava quasi i tré
quarti del fatturato complessivo non tirava più. La naturale
obsolescenza di processi e prodotti , ma soprattutto la
concorrenza di imprese imitatrici cinesi, rendevano necessaria
una svolta. Il sior Bepi aveva provato ad avviare un
nuovo tipo di produzione, ma gli anziani si adattavano male
alle novità e i giovani, che sarebbero stati più pronti a
recepirle, non conoscevano ufficientemente bene i segreti del
mestiere.
Alla fine il sior Bepi si era arreso: aveva
assunto un direttore, un giovane trentenne che, però, gli
aveva chiesto carta bianca. In una anno aveva rivoltato
l'azienda del povero Bepi come un calzino. E non si era
concentrato tanto nei processi produttivi come Bepi si sarebbe
aspettato, quanto nello "stile" aziendale, un
aspetto di cui Bepi non si era mai curato: ora c'è una
macchina per il caffè e se nei momenti di minor impegno
qualcuno si prende una pausa, nessuno ne fa un dramma; che le
persone si parlino è visto bene perché poi sapranno
intendersi meglio quando sarà il momento di risolvere un
problema. La politica aziendale promossa dal giovane direttore
è quella di affidare ad ogni operaio esperto la tutorship
di un
giovane neoassunto e gli viene riconosciuto come merito se
questo impara bene ed in fretta. Inoltre i capireparto ed il
responsabile amministrativo hanno tra i loro nuovi compiti
anche quello di mantenere un'atmosfera distesa e serena: ed in
effetti di dimissioni negli ultimi tempi se ne sono viste
poche, benché tra Undici settembre, concorrenza
internazionale, euro, ecc. le condizioni non permettano più
di garantire paghe troppo generose, ma solo in linea con
quelle delle altre aziende del settore.
Capireparto,
responsabile amministrativo, direttore si incontrano almeno
una volta alla settimana per discutere i problemi aperti
davanti ad un buon aperitivo. Qualche volta a queste riunioni
informali partecipa anche il sior Bepi. Sta di fatto
che quei rallentamenti nel rifornimento di materie prime ai
reparti che in precedenza si verifìcavano - guarda caso -
quando il responsabile del magazzino era risentito con quel
tal caporeparto che "si fa bello con il padrone",
ultimamente non si sono più verificati. Non che tutto vada
bene: la concorrenza dei cinesi si è fatta più aggressiva e
i tempi di obsolescenza dei processi produttivi e dei prodotti
si sono ulteriormente contratti. Ma il sior Bepi può
dormire sogni relativamente tranquilli: una
multinazionale adesso sembra interessata ad acquistare
l'azienda. Certo, Bepi non vorrebbe vendere, e lasciare
l'azienda nelle mani del figlio, che nel frattempo è stato
affiancato al direttore perché impari il mestiere: si vedrà...
Qual è la morale che si può trarre da questa
storiella? La morale è che ;' processi produttive e le
caratteristiche del prodotto rappresentano solo una parte del
successo di un'impresa: in tempi di concorrenza globale,
proprio al fine di migliorare i processi produttivi, occorre
affidarsi alla promozione di competenze relazionali;
concentrare l'attenzione - anche - sullo sviluppo di stili
cooperativi non può rappresentare un optional affidato alle
propensioni personali dell'imprenditore o di qualche dirigente
illuminato. È certamente eccessivo affermare che le
innovazioni e i miglioramenti si realizzano davanti alla
macchina del caffè o all'ora dell'aperitivo, ma sarebbe
altrettanto riduttivo ritenere che non si debba tener
conto della dimensione informale quando si osservi la realtà
aziendale per verifìcarne le eventuali criticità.
Ora, occorre prendere atto che le competenze
relazionali non sono un talento naturale: certo, qualcuno
ne è dotato più di altri, ma in realtà si tratta di
un'attitudine che si apprende, che deve potersi apprendere.
Ne deriva che essa va contabilizzata nelle spese in conto
capitale di un'impresa: dunque non un costo da comprimere
quanto più possibile in quanto non produttivo, ma un
investimento che permette all'impresa di stare sui mercati
affrontare con speranza di successo le difficoltà.
A
livello mi ero, cioè al livello della singola impresa, questo
si traduce nella necessità di modificare l'ottica aziendale:
il sior Bepi non sarà mai garantito a sufficienza
contro "i cinesi" e - per quanto bravo – nessun
direttore potrà dargli certezze in questo senso. Al vertice
aziendale spetta il compito di eliminare gli ostacoli che si
frappongono alla massima valorizzazione di competenze
relazionali all'interno - o all'intorno – dei processi
produttivi, essendo consapevoli che se una macchina del caffè
in più non riduce la produttività, è addirittura possibile
che - a certe condizioni - la aumenti. Ma è a livello macro
cioè a livello sistemico, che occorre concentrarsi
maggiormente: un sistema formativo adeguato ai tempi è tale
se va nella direzione della creazione delle competenze
relazionali, se fornisce gli strumenti necessari affinchè chi
vi entra ne esca con la concreta capacità di interagire con
uomini e non con quella di gestire manodopera: il senso della
fine del taylorismo da tempo e da molti evocato sta - anche -
in questo.
Chi
si occupa di azioni formative ha una enorme responsabilità:
quella di far virare la prassi formativa da una direzione
tayloristica e fordista, nella quale anche la formazione è
seriale, verso una direzione nella quale le competenze
relazionali rappresentino il core dell'azione stessa.
C'è da dire che non siamo molto attrezzati in questa
direzione; scuole, università, agenzie formative hanno ancora
filosofìe, schemi didattici e gestioni inadeguati all'oggi,
ma ancor più al domani e ancora pochi sono i casi di
esperienze formative progettate e realizzate in maniera tale
da rappresentare best practices generalizzabili.
Seppure su ben altra
dimensione, e senza affidarsi alla buona volontà dei singoli,
occorre fare come il sior Bepi: magari a malincuore,
prendere atto che ciò che era adeguato ad un mondo, oggi non
lo è più, ed insistere in una direzione sbagliata significa
condannare un'azienda al fallimento e un paese al declino.
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